«Kamikaze non si nasce. Forse si diventa. E non è vero che non importa come: importa sempre come. Ma importa a pochi».
Un operaio scrisse queste parole nella prima pagina di un documento in formato word. La storia non consiste però in ciò che l’operaio scrisse nelle pagine successive. La storia è il fatto e il modo in cui le scrisse: su un computer palmare, nel cesso di una fabbrica.

L’operaio il pomeriggio di un venerdì d’estate non uscì dalla fabbrica e si rintanò nel cesso. Lì trascorse il fine settimana, scrivendo per due giorni e tre notti su un computer palmare e facendo precise richieste: se queste non fossero state accettate entro le ore 6 del lunedì successivo, l’operaio si sarebbe fatto esplodere con il cesso, i muri e le macchine della fabbrica. Poco prima che scadesse l’ultimatum e prima di spedirle via e-mail per metterle comunque in salvo, l’operaio rilesse nel cesso le parole che aveva scritto sul palmare.
Questo è un fatto realmente accaduto, ma nessuno lo sa e nessuno lo saprà mai. Perché nessuno è autorizzato a crederci. A quasi un secolo dalla conquista delle otto ore lavorative, è in atto nelle fabbriche una subdola rigenerazione degli atti di potere, di quel silenzioso e logorante mobbing che è il terrorismo psicologico fatto di sguardi, urla – o “non sguardi” e silenzi – e meccanicistiche disumanità. Atti di potere taciuti e sottovalutati, che l’ingresso dell’informatica nell’industria ha definitivamente offuscato, creando robot perfettamente mascherati: semidei imbellettati competenti e rassicuranti da una parte e uomini sani saggi tranquilli e felici dall’altra.
Oggi accade spesso che per gli operai, i pensieri e i sogni, nell’attimo stesso in cui nascono. si trasformino rispettivamente in peccati gravi ed illusioni. Le fabbriche sono specchio fedele della società occidentale contemporanea, fiera dei suoi due fondamentali ingredienti: una classe dirigente spaccona impreparata ed arrancante, manovrata da uno stato maggiore furbo sprezzante e interessato; una cittadinanza licenziata da anestetici ora dolcissimi ora amarissimi, vittima e artefice del proprio inarrestabile precariato culturale.
Fra i due ingredienti un muro pesantissimo, reso perfettamente invisibile ad arte, da forze superiori molto terrene.
Occorre smettere di bere spettacolo e di dare spettacolo: urge diventare spettacolo, per ritornare ad esistere.
Recuperare passato e presente, per agire pacificamente ma intelligentemente. Lavorare non per sopravvivere, ma per vivere guadagnando futuro.

12 luglio 2013, ore 22
IvreaEstate 2013
Cortile del castello
IVREA (TO)

In-Ec-Cesso Una bomba per cintura
di e con Marco Gobetti

in caso di maltempo nella sala ABCinema presso Centro culturale La Serra (corso Botta 30, Ivrea)
A cura di Rosse Torri società cooperativa

Biglietti: 7 euro
Informaizoni: tel.0125.48516